| PLATONE IN AMERICA
di Rubina Giorgi
Che considerare l'opera pittorica di Mauro Cicarè faccia
pensare all'America è cosa piana, visti i noti rapporti intercorrenti
tra fumetto e pittura in artisti ad es. dell' action painting e della
Pop Art (v. Mel Ramos, Roy Lichtenstein). Ma Platone perchè?
Apparirà spero tra breve. Anche in Mauro Cicarè - del
quale ricordo qui succintamente il contributo di storie a fumetti
per le più importanti riviste italiane come "Frigidaire", "L'Eternauta", "Il
Grifo" nonchè la partecipazione a numerose mostre personali
e collettive dagli anni ottanta ad oggi - anche in lui dicevo come
negli artisti americani il fumetto diviene humus fertile per l'ispirazione
pittorica. Credo pure, e può essere la supposizione di uno
che non s'intenda affatto dell'arte del fumetto com'è il caso
di chi scrive queste righe, che le realizzazioni pittoriche divengano
a loro volta fonte d'ispirazione per nuove storie in fumetti, così che
tale vena di reciprocità cresca virtualmente a dismisura in
specie a favore del versante fumetto allargandosi in ramificazioni
infinite - per il piacere e la disperazione di chi vi s'interessa.
Di conseguenza nemmeno a noi è del tutto lecito dire ciò che
vorremmo qui dire, e cioè che c'interessiamo soltanto all'opera
pittorica di Mauro Cicarè.
Allora esaminiamo almeno un'impressione molto forte che ci viene dal considerare
l'insieme fumetto-pittura. Ecco, la sensazione è che il fumetto
sia un immane agitato deposito di frammenti o meglio frantumi, spezzoni,
siluette, reperti e anche detriti del nostro mondo moderno, moderno
da sempre col suo miraggio titanico verso eroi titanici dominatori
di viventi, di materie e di risorse terrestri. Si ha quindi l'impressione
che il fumetto, col suo culto del personaggio ciclopico, spaccamontagne
e onnitracotante, lasci venire a galla l'impotenza, l'illusorietà,
quel fallimento del progetto moderno che la coscienza occidentale
ha sempre rifiutato di riconoscere. Ma, alla resa dei conti attuale,
gli idoli dell'occidente rischiano di abbattersi al suolo in una
sorta di nuova fine da impero romano... Il fumetto a questo punto
può venir a rappresentare diverse cose:
in parte essere la lussureggiante vegetazione di quest'impero e di questa
fine. Ed esserne anche il sintomo, che dal titanismo smascherato
produce mostri, larve, incubi - tra il divertimento e la paura.
E siamo insensibilmente, del tutto naturalmente, già entrati nell'opera
pittorica di Mauro Cicarè. Abbiamo infatti sotto gli occhi
i suoi mostri eloquenti. Abbiamo i suoi volti immoti dagli sguardi
attoniti e le espressioni gelate: di un incanto tragico, ma incanto
tuttavia. E fa parte del sintomo che l'artista indichi con insistenza,
anche nei titoli dei quadri, un tornante temporale metaforico: il
duemila, senso di marcia di rivolgimenti e apocalissi. Si veda il
motivo del treno, che s'indovina lunghissimo, di cui solo un pezzo
ha cominciato ad inoltrarsi in un paesaggio piatto annegato nel
colore, nel giallo pervasivo e disorientante: ed è un'avventurosità minacciata
ma intrepida per partito morale assunto. Non è dunque che
sulla dimensione tragica della modernità (e postmodernità)
Mauro Cicarè si precipiti con piglio nichilista o indichi
per gli umani un destino da succubi, tutt'altro. Anzi ci lascia
scoprire che vi è anche la possibilità di divertirsi
e divertire, sull'orlo dei pericoli, mantenendo una distanza discreta
ma tesa, seria ma giocosa, disincantata ma arrischiante e responsiva.
Il suo atteggiamento verso le mete e i modi della propria opera
ha infine i tratti di una ironia che crede nella natura profonda
delle cose, dunque di un'ironia platonizzante che guarda alle ombre
di questo mondo (desideri, possessi, limiti) sapendole peraltro
di primaria importanza - a differenza da qualche apprendista zelante
che magari aveva capito si dovessero in blocco disdegnare - in quanto
tracce e sintomi appunto, difettosi veicoli al cielo delle essenze
eterne, pur mai riverite o direttamente nominate. E Mauro Cicarè è in
questo senso un temperamento metafisico di artista, anche se il
ricorso a Platone è in fin dei conti da parte nostra scherzoso;
e però al tempo stesso serio. Nel fumetto di Mauro "Fuori
di testa" scopro una frase lapidaria che fa al caso nostro: "La
vera fede si dimostra nell'affrontare la prova contro ogni logica
e non nel superarla". Il che è una lode dell'azione non omologata,
dell'azzardo oltre che dell'ironia. Ci s'invita dunque ad amare
le ombre. Tanto più che la notte domina i paesaggi metropolitani
di Mauro Cicarè, rotta come da nemiche lame dai getti di
luce dei lampioni. E ombre sono le figurette impegnate in chi sa
cosa che labili emergono dietro le miriadi di finestre che M. Cicarè pratica
con ossessiva regolarità sulle facciate delle case-mostri:
farebbero davvero pensare alle ombre della caverna platonica, nel
grandinare di feritoie traverso le quali soltanto sembra permesso
alla vita di manifestarsi. Sulla strada, a contrasto, le automobili
possenti dalle sagome aerodinamiche hanno sostituito gli umani;
simili ai giganti dei fumetti si avventano su territori invisibili,
contro l'inesistente. Talora incontriamo coppie di umani, i cui
componenti sembrano solidali nel non comunicare, nell'essere ciascuno
assorto in chi sa quali disfatte e desideri, stupori e ruminazioni,
magari nella ricerca di un dialogo che non sboccia, mentre intorno
potrebbe star consumandosi (come in"Nel bar") un delitto.
L'indifferenza apparente degli sguardi non deve trarre in inganno:
c'è qualcosa di sacrificale, di iniziatorio in corso, che
sta maturando in non sappiamo cosa. Così, da un non sapere
a un non sapere, tutto è mescolato - incertezza con presunzione
o con timida fiducia, disperazione con speranza o almeno curiosità felice
di volgere gli occhi tutt'intorno su questo mondo... |