| A guardarlo da vicino il "mondo" di Mauro Cicarè è un mondo in cui il male predomina e sul quale incombe il buio di notti da bassofondo newyorchese; un' America d'anteguerra in cui è dura per i "buoni", ma anche per i "cattivi".
Le atmosfere sono quelle dei film del Bogart di Howard Hawks, pugili suonati o disposti a farsi stendere per qualche dollaro, detective in bolletta, strade illuminate solo dai fari di auto, loro sì, bellissime, potenti e pericolosamente veloci.
Anni Quaranta o giù di lì, Spade e Marlowe, Jack La Motta, gangster e pupe dei boss, sax che da qualche parte, nel buio, piangono un jazz triste di Billie Holiday: a volerlo descrivere per simboli e immagini, l'universo di Cicarè è questo ed altro.
Ricorda il grande cinema dei perdenti, le angosciose finestre hitchcockiane, ma anche la letteratura chandleriana e l'arte sulla solitudine: "Bar di notte" di Hopper, tanto per intendersi.
Di tutto questo universo, Cicarè descrive l'anima nera, stemperandola appena in quel po' d'esotismo che gli deriva dallo stile e che si ritrova, sparso quà e là, nelle labbra carnose delle sue protagoniste femminili, passionali meticce venute da chissà quale
confine o crudeli bionde, aristocratiche non per nascita, ma per meriti criminali.
Salvatore Mannironi |