| L'EPICA EROICOMICA DI
MAURO CICARE'
Un giorno, qualche decennio fa, quando fra l'altro ancora c'era il servizio militare di leva, ai giovani, ma non solo a loro, toccò scegliere seccamente tra la guerra e l'amore. Una lotta impari: trionfò il secondo. A grande maggioranza infatti i giovani - plaudenti i vecchi - dettero il responso: "Non facciamo la guerra, facciamo l'amore". Se ne vantarono coi poster, attraverso le canzoni, nelle manifestazioni. Quindi tutti si dettero a fare l'amore, in qualunque modo, a qualsiasi ora, dovunque, senza limiti o restrizioni: e pur sempre amore era. Questo, si sa, lo può battere solo la morte: con cui esso notoriamente si alterna in poesia, nella scena e nella vita. Nonchè nelle illustrazioni di Mauro Cicarè per "Il Caffè Illustrato".
Quella dell'amore in trionfo è una stagione che non tramonta mai: nemmeno, per esempio, fra i giovani americani che ora sono costretti a fare la guerra, e non come o quanto desiderebbero l'amore. Esso in Iraq non viene bene - lì viene meglio la morte, non dico per vantarmi, diceva Totò - , se è vero quel che si dice a Napoli, e cioè che il far l'amore - non è proprio questa l'espressione, ma non ho tempo di consultare il vocabolario, è un sinonimo di rubare o giù di lì - non vuole pensieri. E non scenderà presto la notte nemmeno sulle illustrazioni con cui Cicarè ha reso più eloquenti di quel che possono dire le poche righe di testo che fanno da zoccolo duro: quanto lo è un poema epico che circola da millenni o secoli a forza di interpretazioni.
Interpretate, interpretate, qualcosa resta sempre, disse un gesuita cui è proibito fare l'amore, ma non la guerra, più amata di quel che si dice da tutti i gesuiti, e non solo da loro. Cicarè per esempio la ama, gli viene bene, e non se ne vanta come pur potrebbe fare uno che sa mettere tanta energia nel disegnare combattimenti di massa e scontri di singoli. Da segnalare i loro ritratti, una galleria di eroi cavallereschi e di protagonisti dell'epica moderna, come è raccontata, per esempio, da Calvino e da Fenoglio.
Forse Mauro Cicarè all'epoca - era un'altra anche la guerra irachena - non era nato o era un bambino: che nell'epica cavalleresca è l'età giusta per credere a quelle che il cardinale Ippolito d'Este aveva definito ad Ariosto "fanfaluche". Tuttavia, ora che è felicemente pervenuto a maturità, rifiutata l'alternativa, salomonicamente sceglie entrambi. La guerra non lo ispira meno dell'amore. Anzi, se non ci fosse il timore di farlo passare per un bellicista, direi che il pittore - non l'uomo, qui non c'entra o quasi, affari suoi - preferisca la prima al secondo. La sua matita fa scintille se può trasformarsi in lancia o spada. Con cui, per cominciare, fa a pezzi la visione globale e la riduce in quadrati, rettangoli, parallelopipedi, poliedri, entro i quali ne succedono, letteralmente e metaforicamente, di tutti i colori.
Andrebbe detto che a Cicarè viene bene anche il bianco e nero - avete la prova nelle tavole sul Visconte dimezzato - ma prima va sottolineato il fatto che, se appare una donna ( deve far troppo caldo nella sua epica se essa così spesso appare nuda ), i colori e i segni sono come presi dalla febbre. Si può morire per donne così belle ma non è questo il primo pensiero in mente. Potete inconsciamente associarlo all'allattamento, che è la forma d'amore degli infanti, ma è chiaro che gli eroi cavallereschi ci farebbero altro, se non fossero sul più bello richiamati a riprendere la guerra. Contrariamente a Cicarè, per il quale il dovere è dovere ma bisogna trovare il tempo per il piacere: anzitutto quello suo di dipingere, un godimento. Quello di osservare invece è limitato al lettore, cioè al voyeur che non la finirebbe mai di guardare illustrazioni da cui si saprà di più sulla guerra, nonchè sull'amore.
"Il Caffè Illustrato", la guerra illustrata, l'amore illustrato; per non parlare della morte, della quale sinora nessuno è riuscito a vedere realmente il disegno in quel preciso momento di trapasso. Con la morte tocca essere visionari, e Cicarè lo è. Lui lo dice col nero, quando in India invece lo si dice col bianco. E' una questione dell'altro mondo, ma che Cicarè preferisce questo nostro di qua lo dicono concordi tutti i colori chiamati a collaborare con il pittore dell' Eneide, di cui si celebrano le morti sia in guerra che in amore. E si muore bene anche nel Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, l'ultimo narratore epico d'Italia.
Parafrasando von Clausewitz, si può azzardare un'ipotesi, per così dire, bellicosa: l'amore è una forma di guerra fatta con altre armi. Ignoriamo se Cicarè condivide questa opinione cara agli estremisti della polemologia, ma è un'interpretazione non estranea alla sua arte. Ogni suo disegno interpreta in modo originale situazioni che si ripetono dai tempi più remoti. E' una guerra fatta con tanto amore anche l'arte. La quale, secondo l'opinione che ne ha Antonio Pizzuto, ha il dovere e il potere, nonchè il piacere, di "aggiungere vita alla vita". E arte all'arte, dice Cicarè, che infatti dipinge per aggiungere qualcosa ai classici dalle cui parole scritte egli trae ispirazione figurativa. Detto con umiltà: lui non si considera certo superiore, solo per il fatto che il testo sta sotto nella pagina. Comunque si può accedere alla bellezza anche con le arti più umili.
Rispetto ai classici quasi sempre si fa poco più che colore. E tuttavia nel caso di Cicarè si presti attenzione alle linee. Fa con più amore le curve, ma il pittore non perde mai la retta via, quella che conduce verso un particolare che non s'era mai visto prima. Voyeurs, guardate i dettagli delle illustrazioni di Cicarè e scoprirete cose che non si vedevano nei testi dei grandi poeti e narratori.
Che guerra trovare qualcosa di nuovo in arte e nella vita! Vince chi coltiva amore ossessivo, aggressivo, trasgressivo. Di esso si può morire; anzi si muore, se non nella vita, in arte: magari ridendo, come succede a Margutte, l'eroico personaggio del Morgante di Pulci, il poema cavalleresco cui va l'amore più alto di Cicarè, che lo preferisce addirittura al Furioso. Anche "Il Caffè Illustrato" aspirerebbe a vedere morire dal ridere chi guarda le figure e legge i testi della rivista, ma non ci si eleva quasi mai al risultato assoluto e nemmeno lo vuole. Il bimestrale si accontenta di aggiungere vita dalla parte della comicità, e così vive. Che splendida vita sa creare Cicarè, pittore eroicomico che fa diventare più bello "Il Caffè Illustrato"!
Cosa dice il primo verso della più celebre epica? "Canto l'armi, l'amore...". Mauro Cicarè non alza la voce, lui lavora in silenzio, dipinge, ma nel suo disegno si fa sentire sempre la suddetta coppia. L'orecchio forse non è chiamato in causa (detto con un'immagine, ha un bel ritmo però la pittura di Cicarè) e tuttavia per gli occhi è una festa. Da farci un torneo in cui i cavalieri si battono all'ultimo sangue per la loro donna: quasi sempre una femmina di gran petto, non solo polmoni, che non si vedono, ma anche mammelle che si vedono; e sono capaci di allattare un esercito di cavalieri che non desiderano diventare adulti, nè metter su famiglia, nè governare marca, contea o regno. Le illustrazioni di Cicarè all'epica bucano la pagina non solo con una lancia, ma anche con il seno prorompente di beltà divenute proverbiali dentro il Mediterraneo e fuori.
Dunque l'amore e la guerra; che porta la morte. Combinate queste tre parole e potrebbe trovarvi fra le mani la vicenda artistica ed umana di Mauro Cicarè. L'amore per la guerra - le tavole marcano la seduzione dei duelli - e la guerra mortale che può essere l'amore: di Didone per Enea, di Achille per Patroclo, di Orlando per Angelica e di Ulisse per tutte le donne belle che ha incontrato o che - sublime bugiardo - ha solo sognato. Cicarè tuttavia ci mette qualcos'altro di suo: l'ironia che potrebbe avere ricavato da Ariosto o da Pulci.
O forse è stato contagiato - Cicarè si è "cimentato", verbo guerriero, anche col romanzo del Novecento - dallo Svevo di Zeno e dal Palazzeschi del Codice di Perelà. Ho nominato per ultimo il personaggio che fa eccezione. Perelà, essendo un uomo di fumo, non può fare l'amore, e ha detto subito che odia la guerra. Dunque l'esatto contrario di Cicarè. Che cosa ama dunque il nostro pittore in Perelà, oltre all'allegro funambolismo di Palazzeschi, poeta del "Controdolore"? Ebbene, l'uomo di fumo non può tirare le cuoia, perchè non ce l'ha. E questa è una storia fantastica. Osservate insomma la nuova coppia: la fantasia e l'umorismo. Non è meno feconda di quella formata dalla guerra e dall'amore. Cicarè si
fa in quattro per divertirci. E noi non pensiamo alla morte.
Walter Pedullà
|